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    L'Ulivo

  • Pianta sacra, l’ulivo è la pianta del mio cuore, la pianta perennemente verde – argentea dalla chioma filigranata, che s’innalza e pende con straordinari arabeschi attraversati dalla luce e dal vento.
     
    Antica pianta, paziente e longeva, patriarca dei campi dalle molteplici peculiarità alimentari, religiose, ornamentali, culturali, cosmetiche.
     
    I nostri avi la amavano e ne difendevano la vita, ritenendo colpevole di sacrilegio chiunque osasse sradicarla. Fu Solone, legislatore, giurista e poeta ateniese, verso la fine del 500 a.C., a vietare l’abbattimento degli ulivi.
     
    Ricordo che i miei nonni dicevano: Mégghie a Ddéie a schiandè n’arve d’aléve! Arrìvene pöe desàstre a ttütte la famìgghie. (Guai a chi spianta un ulivo! Arrivano poi disastri su tutta la famiglia.)
     
    Pianta paciosa è l’ulivo. Basta scambiarsi un ramoscello, per accendere un’amicizia, per ricomporre un rapporto incrinato, per comunicare la pace.
     
    Ogni anno, nel giorno di Pasqua, quando la tavola era imbandita e tutti ci accingevamo a pranzare, mio padre, in piedi, con gesti sacerdotali, prendeva un ramoscello d’ulivo, lo intingeva in un bicchiere d’acqua santa e benediceva la mensa e tutti noi. Era, quello, uno dei rami d’ulivo benedetti in chiesa nel giorno delle Palme. Un altro di essi andava messo a capo del letto, legato al Crocifisso fino alla Pasqua successiva.
     
     
    Un ulivo è suggestione, è amore, è bellezza, è sacralità, è medicina e salute, ma è anche asilo per volatili, legno prezioso, fiamma votiva, frascame che dondola nel vento, quiete serafica, strazio e pena nel tronco ferito.
     
    “Se una pianta può divenire oggetto di un autentico canzoniere d’amore, questa non può che essere l’ulivo, con le sue magiche sembianze umane […] E, quando l’autore di questo canzoniere è una donna pugliese, credo che il riferimento a quella pianta sia ancora più obbligato” ha scritto il Prof. Daniele Maria Pegorari nella sua dotta prefazione al mio libro Canti dell’ulivo.
     
    L’ulivo era pianta cara agli dei; è l’albero del liquore dorato, dalle molteplici fragranze; l’albero che per consuetudine ancestrale segna il paesaggio dalla Daunia e dalla Terra di Bari fino al Salento con le sue chiome argentate e i tronchi contorti, forati e feriti.
     
    Nel nostro territorio vi erano agricoltori specializzati nella potatura dell’ulivo: autentici artisti nello sfrondamento della chioma, alleggerita e abbellita come quella di una donna. L’augurio è che qualcuno di essi trasmetta a tanti giovani di oggi l’arte magica di eliminare i rami superflui, a tutto vantaggio della pianta nel rigoglio con rami meno pesanti.
     
     
    La mia voce poetica scaturisce dall’amore per gli ulivi e la campagna di questa piana del Tavoliere, di cui Federico II di Svevia ebbe a dire: “Luce dei miei occhi”. Nei miei versi li ho chiamati “angeli in grigio-verde, guerrieri pacifici, padri miei, fratelli ulivi, araldi di pace, patriarchi dalla saggezza antica, umili principi della campagna pugliese, gioielli viventi dei nostri campi, ulivi gentili, amati e venerati dagli avi, ulivi laminati di luna, quieti ulivi… Ulivi che come noi, forse più di noi, hanno cuore.
    Nessuno li strappi alle brune zolle che tenacemente li stringono con lacci di terra!
    Impensabile questa terra senza ulivi.